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Ho letto il suo romanzo incantata dal titolo che suonava così … mistico !

Curiosa ,  come sempre ,   mi sono informata del suo significato (non conoscendolo)  e trovandolo interessantissimo ho chiesto a Cristina Meneghin , autrice del romanzo , di parlarci di ANANKE !

La ringrazio quindi di aver accettato l’invito e lascio a lei la parola .

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Leggi la presentazione del romanzo nel Blog .

ANANKE E LE SUE TRE FIGLIE

«Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale distanza, ciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di Ananke, Lachesi, Cloto e Atropo, vestite di bianco e col capo cinto di bende; sull’armonia delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.» Repubblica Platone Nella mitologia greca Ananke è la divinità che rappresenta la potenza del Destino, mentre nella religione greca orfica personifica il Fato. Il fatto che, al di fuori dei culti misterici, la divinità in sé per sé non fosse adorata, deve farci capire quanto a quell’epoca fosse temuta. Secondo Damascio ed Empedocle Ananke nacque dall’Unione fra la Terra (Gea) e l’Acqua (Hydros) avvolta come un serpente con il tempo (Chronos) per simboleggiare l’unione inevitabile fra destino e tempo. Solitamente è rappresentata con le braccia aperte volte a contenere tutto il mondo. Omero ed Esiodo considerano Ananke quella forza capace di regolare tutte le cose: dal moto degli astri, ai fatti degli uomini, per arrivare a incutere timore persino agli Dei. Difatti fra tutte le varie incoerenze che oscurano la nostra conoscenza di Ananke una sola particolarità le è stata attribuita all’unanimità da tutti i peti, ovvero che Ananke sia un essere inflessibile e duro e come dice lo stesso Simonide:«Neanche gli Dei combattono contro Ananke.». Ma questo ci porta a dover comprendere più a pieno cosa sia il Destino per Omero e come esso possa operare in comunione con il libero arbitrio. Per Omero Il Destino o La Moira è quell’insieme di regole che guidano lo svolgimento di qualsiasi esistenza. Queste regole garantiscono la stabilità del mondo e pertanto presiedono gli Dei, gli uomini e la natura stessa. Il regno del destino non è però un impero assoluto di tipo dittatoriale: la sua legge, se pur irrevocabile lascia a tutti un margine di libertà. Ma com’è possibile conciliare il destino con il libero arbitrio? La libertà agli Dei è concessa perché Essi agiscono secondo le loro volontà, che si manifestano nel mondo attraverso gli imprevedibili capricci della natura. Tutto ciò che capita in natura è interpretabile come un segno del volere degli Dei: una caccia fruttuosa, un temporale improvviso, un’aquila che vola in cielo… tuttavia questa libertà non è del tutto arbitraria, perché gli Dei hanno bisogno degli uomini per poter vivere. Difatti gli Dei privati dei doni e delle preghiere umane scomparirebbero nel nulla. Anche agli uomini è garantita una sorta di libertà, si può dire che loro sono gli artefici del loro destino. Agli esseri umani è consentita la libertà nella scelta e di conseguenza è loro il dover accettare le conseguenze delle loro azioni. Per capire questo argomento così complesso, come ci insegna Platone vi porto un esempio: Omero ci racconta che la morte di Ettore è avvenuta per volere del fato. Un fato al quale neppure Zeus ha potuto opporsi. E così, se è pur vero che Ettore è morto per mano di Atena e di Achille (una divinità e un mezzo uomo) loro non solo altro che agenti occasionali in mano al fato che Ettore stesso si è scelto. Ma ora viene da chiedersi: qual’ è stato il bivio che ha condotto Ettore al suo destino? In primo luogo Ettore non dà ascolto ai saggi consigli di Polidamante che aveva previsto la disfatta Troiana; uccise il miglior amico di Achille, un uomo molto più forte di lui; rifiutò di rifugiarsi dentro le nobili mura, anche se lo fece per nobili motivi. Insomma il succo del discorso pare proprio essere chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Ma perché i greci temevano così tanto La Moira? Il motivo, a mio parere, è proprio questo: mentre con la fede in un Dio, un essere superiore che ci ama e agisce per il nostro bene, si è portati a credere che tutto avvenga in vista di un Bene superiore. La Moira non è una divinità che agisce in vista di qualcosa. Essa infatti non è mossa da nessun interesse, non ha uno scopo individuale, non mira a un fine razionale voluto e preveggente. Non punta a creare il migliore dei mondi possibili. Il suo fine è esclusivamente quello di assicurarsi che nessuno valichi il proprio limite invadendo il dominio altrui. Una sorta di Karma per cui quello che ciascuno fa gli tornerà indietro duplicato. Per questi motivi La Moira è stata spesso paragonata alle leggi dell’Evoluzione, perché si tratta di una legge impersonale, senza né volontà né fini, tuttavia dotata di una razionalità, che consiste in un’insieme di leggi naturali volte a delimitare una concatenazione di eventi in cui un evento segue l’altro e per cui l’ultimo degli eventi innesca il successivo. Per capirci: nulla è stato scritto dall’inizio, ma se, parlando in termini generali, la specie umana si trova al suo bivio e fra il bene e il male persevera nella scelta del male nessun destino potrà mai interrompere il flusso di queste scelte, il mondo proseguirà verso il male e la sua distruzione stessa. Sperando di non turbarvi troppo abbandonerei immediatamente questo discorso che potrei proseguire per ore, per dirvi che spesso La Moira è citata al plurale con il termine Le Morire o come le chiamavano i nostri antenati: Le Parche. Ebbene sì, se per Omero esiste una sola Moira, il nostro caro Esiodo parla in realtà di tre Moire che non sono altro che le tre temutissime figlie di Ananke. Per alcuni sarebbero ritenute figlie anche di Zeus, ma per Esiodo esse sono le figlie della notte, nate da Ananke per partenogenesi e per cui lo stesso Zeus deve sottostare al loro volere. Partendo con ordine abbiamo: Cloto (la filatrice) la cui conocchia dipana il filo della vita. Lachesi (La sorte) colei che assegna a ciascuno il proprio destino e infine Atropo (l’inflessibile) colei che taglia il filo senza pietà. Esiodo le accosta alle Kere, degli spiriti maligni demoni della morte e delle disgrazie. Solitamente in arte sono raffigurate o come tre vecchie, oppure come delle donne adulte dall’aspetto severo e con gli abiti ricamati con stelle. Cloto è rappresentata con il fuso e la conocchia per filare, Lachesi estrae la sorte con il volto voltato verso un’altra direzione e Atropo svolge sopra un mappamondo un rotolo su cui sono scritti i destini. Atropo è spesso raffigurata come la più piccola e la più vecchia fra le tre. Qual è il loro compito? Il loro compito è tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo e infine reciderlo segnandone la morte. La lunghezza dei fili varia a seconda della lunghezza della vita degli uomini e così possiamo trovare dei fili cortissimi come può essere la vita di un bambino e dei fili lunghissimi che indicano la vita degli anziani. Chi impone alle Moire di tagliare il filo? Purtroppo non è il destino il reale nemico di noi esseri mortali quanto lo è il tempo. È lo scoccare lento e inesorabile del tempo a segnare quella che sarà l’ora in cui Atropo recederà il nostro filo e per questo motivo il mio filosofo preferito resta Eraclito e il suo Pánta rêi. Vi saluto con un passo del Purgatorio Dantesco: «Ma perché lei che dì e notte fila, non gli avea tratta ancora la conocchia, che Cloto impone a ciascuno e compila…».

Meneghin Cristiana

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Meneghin Cristiana è una scrittrice emergente italiana. Dopo la laurea magistrale in Filosofia, ha aperto un’attività di prodotti biologici e senza glutine e nel tempo libero si dedica alla scrittura di romanzi. Ananke, pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Lettere Animate, è il suo romanzo d’esordio e fa parte di una trilogia dal titolo Le Gemme dell’Eubale. Il secondo capitolo di questa storia è in stesura e porta il titolo di Artemisia, ispirato alla mitica sovrana della città di Alicarnasso. Una donna crudele, feroce e resa famosa dalle battaglie che giudò come furba condottiera fra cui la più famosa: la Battaglia di Salamina in cui vi partecipò al fianco di Serse.

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