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Per me è un vero privilegio poter ospitare nel blog  un racconto del collega :

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Marco Gerri

In principio erano il Tutto e il Niente.

Val, il Tutto, sentiva un bisogno istintivo e imprecisato di creare, mentre Ion, il

Niente, al contrario bramava solo distruzione.

L’ovvio conflitto che ne nacque li tenne impegnati per ere e dal clangore e dalle

scintille del loro contatto bellicoso si generò Blanderdr, la Materia e da essa

Yggdàdrund, l’Universo.

All’avvicinarsi dell’inevitabile, dalle ferite di Val fuoriuscirono i Dirmindal, gli Spiriti,

mentre da quelle di Ion i Torkund, i Demoni.

Val e Ion erano eguali e nulla poteva cambiare questo equilibrio: ad appena un soffio

dal loro vicendevole annichilimento, decisero di generare due figli che potessero

protrarre il loro conflitto fino a decretare la supremazia di uno sull’altro.

Hadarval, figlia del Tutto, e Hadarion, figlio del Niente, conquistarono la ‘Coscienza

di essere’ nel momento in cui gli ancestrali padri scomparvero, lasciando alle proprie

spalle un campo di battaglia saturo di astri, di stelle e corpi celesti fluttuanti.

Hadarval, però non intendeva misurarsi con Hadarion, bensì desiderava vagare per

gli astri plasmando, modificando e combinando la materia.

Il figlio del Niente d’altronde era attratto da lei, era attratto dallo scontro, era attratto

dalla distruzione: ogni cosa che la figlia del Tutto creava, Hadarion la distruggeva.

Fino a quando Hadarval, esasperata, decise di affrontare la propria nemesi.

Si ripeté lo scontro ancestrale, ma non v’era più lo stesso equilibrio: la figlia del

Tutto aveva donato molta della sua forza vitale alle sue creazioni.

Conscia della propria debolezza e delle conseguenze che una sua sconfitta avrebbe

causato, fuggì.

Dopo aver vagato per oltre un’era, si imbatté in un corpo celeste che fluttuava ai

confini di Yggdàdrund e ne fu subito affascinata per quei colori armoniosi, sereni,

vitali.

Decise di farne la propria dimora.

Più esplorava quel luogo e più sentiva rinascere in lei la voglia di creare, ma anche il

desiderio di tramandare il proprio sapere, il proprio potere.

Generò, dunque, sette prediletti, che chiamò Alfheimin, nei quali infuse il proprio

potere e il proprio amore. Achernar prese vita dall’acqua, Altair dalle nuvole,

Aldebar dalla terra, Rigilt dalle praterie, Deneb dal ghiaccio, Adhara dai boschi e,

infine, Castor dal fuoco.

I sette Alfheimin non avevano una forma o lineamenti precisi, ma rifulgevano di

un’aura abbagliante, prova del grande potere donato da Hadarval: il loro amore e la

loro devozione per la figlia del Tutto erano tali che cominciarono a chiamarla Is,

madre.

Hadarval diede loro il compito di creare a loro volta la vita, attingendo agli elementi

dai cui loro stessi presero origine: Achernar e Deneb crearono i pesci e le creature

acquatiche, Altair gli uccelli, Aldebar, Rigilt e Adhara gli animali terresti. Solo Castor,

nato dal fuoco, non sapeva come usare il proprio potere, non sapeva come rendersi

utile agli occhi dell’adorata Is.

Ella vide la tristezza del figlio; decise, allora, di dargli un consiglio prezioso: “Crea

ciò che può provare l’ardore della passione e il calore della compassione!”

Castor capì!

Combinando il fuoco con gli elementi degli altri Alfheimin, generò esseri

completamente differenti rispetto quelli dei suoi fratelli: nonostante le loro diversità,

essi si ergevano su due zampe e ricevettero da Castor il dono della parola e

dell’intelligenza.

Chiamò Elfo colui che nacque dai boschi, Titano dalla terra, Nano dalla roccia,

Ninfa dalle praterie.

Hadarval vide, soddisfatta, i frutti dei suoi insegnamenti e decise di premiare i figli

dando loro il compito di guidare le creature, in particolare quelle generate da Castor,

scelte all’unanimità dagli Alfheimin, per difendere e tramandare il retaggio di Val.

La vita degli Alfheimin, guidati dal consiglio di Hadarval, scorreva serena: le creature

si riproducevano e popolarono presto quel mondo splendente che i sette

chiamarono, in onore della figlia del Tutto, Miriadris: culla della madre.

Ciò nonostante Hadarval era conscia che sarebbe arrivato il momento di affrontare

nuovamente il figlio del Niente per concludere la loro battaglia.

E venne il giorno!

Miriadris in quel periodo entrava nel momento più fiorente del ciclo di vita

stagionale.

Hadarval passeggiava per le praterie di Rigilt, quando vide una saetta di fuoco,

proveniente dai cieli più profondi, avvicinarsi a lei rapidamente.

Con tutta la sua potenza, Hadarion schiantò al suolo la figlia del Tutto.

“Ti ho trovata, finalmente!” disse il figlio del Niente “Sei stata scaltra a nascondere il

tuo potere, ma nulla può essere celato per sempre!”

“Ne sono consapevole” ammise senza timore Hadarval rialzandosi.

“Ora riprenderemo da dove la tua codardia ci aveva interrotti!”

“Non ha senso fare resistenza, non posso nulla contro di te!” rispose fiera la figlia

del Tutto “Non ho più il potere per contrastarti!”

“E cosa ne hai fatto, stolta?”

“L’ho donato alle mie creature!” affermò Hadarval.

In quell’istante giunsero gli Alfheimin attirati dal frastuono e da un presentimento di

morte. I sette erano spaventati alla vista del figlio del Niente: egli era etereo e fisico

allo stesso tempo, nebuloso e malvagio.

I figli di Hadarval si pararono tra la propria Is e la sua nemesi con fare belligerante,

ma il figlio del Niente in un primo momento non ne sembrava intimorito. Fu solo

quando percepì il potere degli Alfheimin che la sua espressione mutò in sorpresa:

sentiva il potere di Hadarval in loro e tale pareva crescere, come se fosse catalizzato

da qualcosa a lui sconosciuto.

“Abominio!” le parole di Hadarion sembravano vomitate in un rantolo d’ira e di

sdegno.

Il figlio del niente prese l’iniziativa e si proruppe verso i sette; l’impeto di tale colpo

sorprese gli Alfheimin che dovettero cedere terreno, esponendo Hadarval alla mercé

del nemico. Loro malgrado videro Hadarion afferrare la figlia del Tutto per sferrarle

il colpo di grazia, ma ella aveva ancora in serbo un piano: espandendo il proprio

spirito, la propria essenza, consumò sé stessa trascinando con sé parte del potere di

Hadarion che, impotente a quel sacrificio, urlò la propria disperazione.

L’ultimo respiro di Hadarval fu per i propri figli.

“Abbiate cura delle vostre creature, non dimenticate questo giorno e non

dimenticate me!” Hadarval scomparve nella luce, la stessa che la vide nascere ere ed

ere prima.

Gli Alfheimin piansero l’adorata Is, persino le creature accorsero a piangere la madre

primordiale: elfi, titani, nani e ninfe rinforzarono i ranghi dei sette, mentre Hadarion

cercava di riacquisire, invano, il potere perduto.

Ciò nonostante i sette erano ben consci che non avrebbero potuto distruggere il

figlio del Niente, di conseguenza pensarono di imprigionarlo in un luogo, in una

dimensione, che lo rendesse inerte, inoffensivo nei confronti di tutto l’Yggdàdrund.

Castor, Achernar, Aldebar, Rigilt insieme agli elfi, ai titani e ai nani, cercarono di

distrarre il figlio del Niente impegnandolo in battaglia, mentre Adhara, Altair, Deneb

e le ninfe studiarono il modo per creare una prigione abbastanza resistente per

ospitare lo spirito di Hadarion.

Le tre Alfheimin crearono uno scudo in grado di catturare lo spirito del figlio del

Niente, ma per far ciò occorreva che Hadarion poggiasse il proprio sguardo su di

esso anche per un solo istante.

Nonostante la buona volontà dei sette e il sacrificio di innumerevoli creature, il

piano non accennava a funzionare, come se il potente nemico avesse colto il

sotterfugio studiato per sconfiggerlo.

Fu in quel caotico delirio di violenza che emerse il coraggio e la scaltrezza di una

creatura, un elfo. Esso implorò Altair di mutarlo in uccello cosicché avrebbe potuto

avvicinarsi quanto bastava a distrarre Hadarion e consentire agli Alfheimin di porre

lo scudo di fronte al figlio del Niente.

Altair trasformò l’elfo in un’aquila che volò rapida di fronte al viso di Hadarion: il

frenetico sbatter d’ali vicino agli occhi lo distrasse e lo destabilizzò.

Hadarion riprese l’equilibrio e con un gesto fulmineo polverizzò il fastidioso animale

senza accorgersi di avere lo scudo, sorretto in quel momento da Castor, di fronte ai

propri occhi.

Il piano ebbe successo: il figlio del Niente venne assorbito nello scudo,

imprigionando il suo malvagio e nebuloso spirito.

Quel giorno Val vinse su Ion, il Tutto sul Niente.

I sette nascosero lo specchio in un luogo conosciuto solo a loro e decisero di

ascendere al cielo per poter vegliare su Miriadris e su tutto l’Yggdàdrund. Gli

Alfheimin premiarono il sacrificio dell’elfo portando con sé la sua anima coraggiosa

sulle ali di un’aquila d’argento e donarono agli elfi, suoi discendenti, la magia e la

capacità di insegnarla a chi ne fosse stato degno.

I figli di Hadarval, consapevoli che lo spirito di Hadarion non sarebbe rimasto

imprigionato per sempre, decisero di donare alle proprie creature dei protettori che

potessero essere loro d’aiuto quando si sarebbero dovute misurare nuovamente con

il figlio del Niente: i draghi.

 

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Se il racconto di Marco Gerri  ti è piaciuto

puoi leggere il suo romanzo Fantasy    :

I Fabbri Degli Dei.

Leggi la presentazione nel Blog.