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La vide avvicinarsi, avvolta in un foulard nero, e trasalì. Impossibile non riconoscerla. La sua pelle pallida, i suoi capelli lunghi e neri, le sue braccia secche, i suoi occhi angosciati, il suo passo aggraziato, unica eredità del suo passato di ballerina di danza classica.
Indossava un vestito nero che le arrivava fin sotto alle ginocchia, era ancora bellissima e lui avrebbe voluto baciarla, stringerla forte a sé e dirle che per tutto quel tempo non aveva fatto altro che scrivere di lei, nonostante tutte le scopate clandestine, nonostante tutte quelle ragazze che si era portato a letto per sfamare l’animale che gli mordeva il fegato, nonostante tutte quelle donne a cui aveva provato a voler bene, per poi gettarle via come abiti usati.
«Come stai?» gli chiese, lei, con la sua voce sottile e seducente.
Lui non rispose subito, offuscato da quella visione, quasi onirica.
«Come stai?» ripeté lei, alzando il tono di voce.
«Male, son due giorni che piscio sangue» rispose, acido. Lei sorrise meccanicamente, era abituata alle sue stronzate ma non pensava che ne avrebbe tirata fuori una proprio in quel momento.
«Sei sempre dolce.»
«E tu sei sempre bella, ma l’aria da troia non ti andrà mai via.» La ragazza divenne seria, si scostò una ciocca di capelli che le copriva il viso e lo guardò negli occhi. Aveva uno sguardo così austero, non era abituata a vederlo così scuro in volto.
«Non sei divertente, lo sai?»
«Non voglio esserlo.»
«Peccato, era l’unica cosa che mi piaceva di te.» Non era vero, di lui aveva sempre amato tutto. Lui le rispose con un sorriso, il bianco dei suoi denti fece capolino fra la sua folta barba scura. Pochi secondi di silenzio e poi lei riprese a parlare. Non aveva mai sopportato i silenzi.
«Ti vedo in forma» mentì.
Non lo aveva mai visto conciato così male, il suo alito puzzava di alcool, faceva fatica a stargli vicino, aveva la pelle rovinata e gli occhi erano arrossati e tremendamente tristi.
«Vuoi finirla di dire cazzate? Fatico perfino a camminare, porca di quella troia.»
«Cos’hai?»
«Un tumore» rispose, abbassando lo sguardo.
«Cosa?»
«Un tumore» ripeté, con voce sommessa. Le si raggelò il sangue.
«Non scherzare.»
«Non sto scherzando. Ho un tumore grosso come una palla da biliardo nel pancreas. Spero di trovare il tempo di finire almeno il mio ultimo libro.»
«Smettila!» disse lei, «non sei divertente!»
«Ti ho detto che non sto scherzando.» Vide una lacrima scivolare giù dalla guancia della ragazza. Era la prima volta che la vedeva piangere per lui, ma questo non lo rincuorò affatto. La ragazza fece un passo avanti e gli posò la sua mano ossuta sulla spalla.
«Mi dispiace.»
«Dispiace di più a me.»
«Non essere così freddo, ti voglio ancora bene, lo sai?» L’uomo si tolse il cappello, scoprendo i pochi capelli che gli erano rimasti e spostò il braccio della ragazza, ancora posato sulla sua spalla, poi le infilò il cappello in testa e abbozzò un sorriso.
«Cosa significa?»
«Te lo regalo, così ti ricorderai di me.»
«Mi ricorderei comunque di te.» La baciò sulle labbra, lei non oppose resistenza, poi riprese il cappello e lo gettò giù dal ponte. Lo seguirono con lo sguardo fluttuare nell’aria e sparire nelle acque gelide del fiume.
«Perché l’hai buttato?»
«Era vecchio e non mi è mai piaciuto.»
«E allora perché lo mettevi? Ce l’avevi anche nella foto che hai usato per la quarta di copertina del tuo ultimo libro.» Lui la guardò, il chiarore della luna le illuminava gli occhi e la faceva sembrare una ragazzina. Era ancora innamorato di lei, eppure la odiava. Si può amare e odiare una persona allo stesso tempo? Si chiese, infilandosi le mani nelle tasche del cappotto.
«Vuoi sapere perché lo indossavo sempre?»
«Sì.»
«Perché me lo avevi regalato tu.» Le stampò un bacio sulla fronte e si incamminò verso il centro, con un sorriso amaro stampato in volto e il cuore un po’ più leggero. Si sarebbe chiuso in un bar e avrebbe passato la notte intera a bere whisky. Poi sarebbe tornato sul ponte e avrebbe aspettato l’alba pensando al loro incontro.
Fabio Angelino.