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Quando lo vidi, dopo molti anni, non provai rancore.
I suoi occhi non erano più sinceramente felici come un tempo e il sorriso che mi accolse non riuscì
a velare la malinconia che i troppi anni sulle spalle gli avevano regalato.
«Ciao» mi disse, a bassa voce, alzando in aria la sua mano nodosa.
I capelli neri si erano trasformati in una folta chioma argentea e aveva rughe ben evidenti su tutto il
viso, si doveva esser rasato quella mattina, ma non accuratamente, gli era rimasto un accenno di
barba appena sotto la guancia destra.
«Ciao» risposi, e gli andai incontro, poi gli strinsi la mano velocemente e con poca forza e lui
appoggiò la sua sulla mia spalla.
«Come stai?» mi chiese, aveva una voce più ruvida rispetto a un tempo, la giovinezza doveva
essersi portata via anche la dolcezza di un timbro vocale che aveva sempre reso le sue parole
molto rassicuranti.
«Sto bene. Sono anni che non ti vedevo.»
«Già
Ci fu un attimo di silenzio, due uccellini sbucarono dall’albero sopra di noi e volteggiarono nel cielo
azzurro, poi si allontanarono.
Gli osservammo sparire all’orizzonte e poi tornammo a guardarci negli occhi mentre il rumore dei
rami ancora scossi si spense lentamente.
«Sono felice di vederti» mi disse, poi si sistemò i capelli e indicò una panchina di legno vicino a
noi.
«Sediamoci» disse, e fu una buona idea, perché sedendoci avremmo potuto chiacchierare senza
guardarci negli occhi e sarebbe stato più semplice.
Lui si sedette nell’angolo sinistro, io un po’ più in là.
Faceva molto freddo, incrociai le braccia e infilai la bocca sotto alla sciarpa di lana, spessa e calda,
i pelucchi mi fecero il solletico al naso e starnutii.
«Salute» mi disse, poi si accese una sigaretta e soffiò via il fumo che descrisse due cerchi e si
dissolse nell’aria gelida di quel mattino di novembre.
Il cielo era terso ma in lontananza si vedeva una coltre di nuvole che presto sarebbe giunta fin
sopra di noi, come presto sarebbe giunto il momento di parlare con sincerità e capire il motivo per
il quale in tutti quegli anni nessuno dei due avesse trovato il coraggio per scrivere all’altro.
Eravamo invecchiati e stanchi, i nostri denti ingialliti come l’ultima fotografia scattata insieme,
diversi anni prima, in una serata meravigliosamente serena.
«Ti manca tanto alla pensione?» gli chiesi, incuriosito. Dimostrava molti più anni di quelli che
effettivamente aveva.
Scosse la testa e abbozzò un sorriso, quando sorrideva mi ricordava il ragazzo che era stato e a
cui avevo voluto bene, poi si rifece serio e mi accorsi che l’uomo che era seduto al mio fianco,
avvolto in un cappotto grigio, era un perfetto sconosciuto.
«Mi manca poco alla pensione» disse, «così poco da sembrare terribilmente tanto.»
Si accese un’altra sigaretta, faticando a innescare la fiamma dell’accendino a causa delle dita
gelate.
«Vuoi i miei guanti?» gli chiesi, lui fece cenno di no con la testa, poi finì velocemente la sigaretta e
infilò la mano arrossata dal freddo in una tasca del cappotto.
Passò davanti a noi una giovane mamma dal viso armonioso che ci sorrise e poi un bambino dai
capelli cortissimi con una bicicletta azzurra e scattante.
«A te quanto manca, invece?»
«Poco» risposi, «così poco da sembrare terribilmente tanto.»
Ridemmo a bassa voce entrambi, come se ci vergognassimo, poi il suo sguardo si fece severo.
«Siamo stati degli idioti, non trovi?»
«Perché
«Lo sai perché
«No» risposi, seccato, «non so un bel niente» soggiunsi, cercando di addolcire il mio tono di voce.
«Invece lo sai.»
«Vuoi litigare?»
«No.»
«Neanche io.»
«Siamo due idioti» dissi, sinceramente, «due grandi idioti.
«I più grandi idioti di tutto il mondo, Cristo!»
«Mai quanto Franco» aggiunsi, e il ricordo di Franco, un nostro caro amico, dal volto asciutto
sempre corrucciato, ci fece tornare per un attimo a tanti anni prima e alle centinaia di serate
passate insieme nella sua tavernetta, a bere vino direttamente dalla bottiglia e a fumare sigarette
fino ad averne la nausea.
«Dio» disse, «Franco era il più idiota di tutti, ricordi quando lo perdemmo a Roma?»
«Ricordo perfettamente, lo ritrovammo dopo quattro ore in quel bar del cazzo, insieme a quella
prostituta.»
Rise di gusto e anche io lo feci e per un attimo ci guardammo negli occhi e nessuno dei due si
sentì a disagio, fu come tornare ragazzi per un momento e in quell’istante fui davvero felice.
«Era convinto di aver fatto centro, fu terribile quando lei gli chiese duecento mila lire.»
Quanto è bello avere un amico con cui ricordare la giovinezza, pensai e anche lui, in quell’istante,
lo pensò. Ne sono sicuro.
In qualche modo gli volevo ancora bene.
Avrei voluto dirglielo, ma ebbi paura di sembrare troppo melenso o ipocrita, e non c’era nulla di più
brutto per me di sembrare ipocrita, anche se a volte lo ero stato. Dio se lo ero stato.
«Sai, ricordare quando eravamo giovani mi rallegra e mi intristisce allo stesso tempo» disse, «ti
sembra una cosa possibile?» Aggiunse.
La coltre di nubi che prima era lontana era giunta fin sopra di noi, ma non mi appariva più
minacciosa.
Proprio come non mi apparivano più minacciose tante cose che quando ero ragazzo mi
spaventavano terribilmente. Come la vecchiaia che ora mi apparteneva e che non mi avrebbe più
abbandonato.
«Penso che i ricordi siano maledetti, in qualche modo» dissi.
«Perché
«Perché quelli brutti mi rattristano perché sono brutti, e quelli felici mi rattristano perché sono
irripetibili.»
«Questo è essere pessimisti» disse, «no, forse pessimisti non è la parola corretta.»
«No, non lo è» risposi, serio, «penso che la parola corretta sia nostalgici. Sono un dannato
nostalgico, mi manca essere giovane e ingenuo.»
«Si può essere ingenui anche alla nostra età» disse.
«Sì» convenni, «ma non più giovani.»
Rimanemmo in silenzio, il sole era stato coperto dalle nubi ma la sua luce, sebbene velata,
arrivava fino ai nostri volti appassiti ma felici.
Era incredibile come in pochi minuti fossimo riusciti a tornare ad essere amici, e pensai che
sarebbe stato brutto perderlo di nuovo. Ero curioso di sapere quello che gli era successo in tutti
quegli anni, anche se per vie traverse qualche voce mi era giunta. Un matrimonio andato male, un
figlio che sognava di fare il cantautore, chiacchere da bar sentite da amici in comune.
«Due anni fa sono andato allo stadio» disse. Tossì, poi riprese il filo del discorso:« sono andato
allo stadio e mi sei venuto in mente tu. Il tuo odio viscerale per il calcio.»
Sorrisi.
«Ti sorprenderò» gli risposi, «mio figlio mi ha costretto a fare l’abbonamento e da due anni seguo
tutte le partite del Torino.»
«Tuo figlio» sussurrò, «ti assomiglia molto.»
«Hai visto mio figlio?»
«Sì, ha i tuoi occhi e i tuoi capelli disordinati.» Poi mi guardò la testa e disse, scherzosamente:«i
capelli disordinati che avevi.»
«Anche io ho visto tuo figlio, poco tempo fa.»
«Dove?»
«In un ristorante, suonava con un gruppo.»
«Ha ventinove anni e sogna ancora di fare il cantautore» disse, con tono rassegnato.
Aprì il pacchetto di sigarette e rimase deluso nello scoprire che erano finite. Sbuffò e corrugò le
sopracciglia.
«Anche tu sognavi di fare l’attore» dissi, «e ai nostri tempi sognare era proibito.»
«Ai nostri tempi avevamo più responsabilità» disse, «avevamo sogni più concreti.»
«E questo non faceva altro che rattristarci.»
«Non era tristezza, solamente un po’ di delusione adolescenziale.»
«Era tristezza. Perché eri triste quel giorno in cui arrivasti a casa mia con gli occhi rossi a dirmi che
tuo padre non ti avrebbe pagato quella scuola a Roma. Perché eri triste quando a quel provino ti
dissero che non avevi talento. Perché eri disperato quando scelsero Marco e non te per quello
spettacolo teatrale.»
Si irrigidì e si voltò dall’altra parte.
«E adesso mi rinfacci tutto quanto, mi dispiace esser venuto a piangere da te, ma eri l’unico amico
a cui tenessi realmente.»
«Non ti rinfaccio nulla, piansi anche io la notte che arrivasti a casa mia in lacrime. Ti volevo bene
come a un fratello.»
Si voltò e il suo sguardo sembrava essersi tramutato in quello indifeso e dolce di un bambino.
«Piangesti veramente?»
Arrossii, e questa volta fui io a voltarmi dall’altra parte.
«Piangesti veramente?» ripeté.
«Sì» gli risposi, a voce bassa, «piansi.»
Lui sorrise e mi abbracciò, facendomi arrossire ancora di più. I suoi abiti avevano un altro odore
rispetto a un tempo e il suo alito sapeva di tabacco, ma fu come abbracciare quel ragazzo a cui
avevo voluto bene e che solo in quel momento capii che mi era mancato terribilmente.
Non pensavo che l’amicizia potesse perdurare così a lungo, non pensavo che potesse resistere
tanti anni al silenzio e a quell’indifferenza.
«Sì, ha i tuoi occhi e i tuoi capelli disordinati.» Poi mi guardò la testa e disse, scherzosamente:«i
capelli disordinati che avevi.»
«Anche io ho visto tuo figlio, poco tempo fa.»
«Dove?»
«In un ristorante, suonava con un gruppo.»
«Ha ventinove anni e sogna ancora di fare il cantautore» disse, con tono rassegnato.
Aprì il pacchetto di sigarette e rimase deluso nello scoprire che erano finite. Sbuffò e corrugò le
sopracciglia.
«Anche tu sognavi di fare l’attore» dissi, «e ai nostri tempi sognare era proibito.»
«Ai nostri tempi avevamo più responsabilità» disse, «avevamo sogni più concreti.»
«E questo non faceva altro che rattristarci.»
«Non era tristezza, solamente un po’ di delusione adolescenziale.»
«Era tristezza. Perché eri triste quel giorno in cui arrivasti a casa mia con gli occhi rossi a dirmi che
tuo padre non ti avrebbe pagato quella scuola a Roma. Perché eri triste quando a quel provino ti
dissero che non avevi talento. Perché eri disperato quando scelsero Marco e non te per quello
spettacolo teatrale.»
Si irrigidì e si voltò dall’altra parte.
«E adesso mi rinfacci tutto quanto, mi dispiace esser venuto a piangere da te, ma eri l’unico amico
a cui tenessi realmente.»
«Non ti rinfaccio nulla, piansi anche io la notte che arrivasti a casa mia in lacrime. Ti volevo bene
come a un fratello.»
Si voltò e il suo sguardo sembrava essersi tramutato in quello indifeso e dolce di un bambino.
«Piangesti veramente?»
Arrossii, e questa volta fui io a voltarmi dall’altra parte.
«Piangesti veramente?» ripeté.
«Sì» gli risposi, a voce bassa, «piansi.»
Lui sorrise e mi abbracciò, facendomi arrossire ancora di più. I suoi abiti avevano un altro odore
rispetto a un tempo e il suo alito sapeva di tabacco, ma fu come abbracciare quel ragazzo a cui
avevo voluto bene e che solo in quel momento capii che mi era mancato terribilmente.
Non pensavo che l’amicizia potesse perdurare così a lungo, non pensavo che potesse resistere
tanti anni al silenzio e a quell’indifferenza.
Fabio Angelino