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«Non ho molto tempo» disse, sorridendo, poi inclinò la testa e lo guardò dritto negli occhi, ed
meraviglioso avere i suoi occhi dolci puntati addosso, pensò lui.
«Non mi serve molto tempo, a dire sul vero» rispose, uno scooter passò di fianco al marciapiede,
lo spostamento d’aria le alzò leggermente la gonna che lei riuscì ad addomesticare con poca
fatica.
«Scusa» chiese, risistemandosi, poi tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla borsa.
«Ti dispiace se fumo?»
«Sì, cioè, no. Non mi dispiace» rispose. Era agitato, gli tremavano le gambe e continuava a
tamburellare con le dita sulla cintura che era costretto a stringere per evitare che gli cadessero i
pantaloni. Aveva perso molti chili negli ultimi mesi, il suo volto era più scavato e cupo di un tempo,
non era stato sereno e questo aveva influito sulla sua alimentazione e sul suo stile di vita.
«Allora» lo incalzò, lei, «cosa vuoi dirmi?»
Lui rimase per qualche secondo in silenzio, con la bocca socchiusa e i suoi occhi castani fissi
sull’asfalto, poi si fece coraggio, alzò gli occhi e gli puntò nei suoi e lei si sentì improvvisamente
indifesa e un po’ a disagio, come se si fosse accorta solamente in quell’istante di quello che
provava realmente il ragazzo impacciato e magro che dentro a un giaccone un po’ troppo
abbondante cercava di affrontare il mondo e le proprie paure.
«Giada, penso di essere innamorato di te.»
Lei non rispose, si morse le labbra, abbozzò un sorriso che assunse le sembianze di una smorfia.
«A dire il vero, non lo penso, lo so con certezza» il suo tono si era indurito, la fermezza con cui
pronunciava le parole gli donavano un’aurea austera che non gli calzava bene, sembrava la
caricatura di un personaggio di un film western e lei provò un infinita tenerezza in quel
comportamento così infantile e insicuro e questa volta sulle sue labbra spuntò un sorriso sincero.
«Non sai nemmeno cosa sia l’amore» rispose lei, «non hai mai avuto una ragazza, giusto?»
«Ho tre anni in meno di te ma so cos’è l’amore.»
«L’amore non si impara guardando film e ascoltando canzoni»
«Lo so, e non l’ho imparato così» rispose lui, e questa volta il suo tono di voce era credibile e non
sembrava più forzato come prima.
«Ho imparato cos’è l’amore passando ore sul mio letto a pensare a quanto fossi speciale e a
quanto avrei voluto esserci io quella sera al ballo con te e quanto vorrei esserci io al tuo fianco
quando dovrai affrontare la vita. Ho imparato l’amore guardandoti per ore in birreria mentre
raccontavi quelle storie noiosissime che la gente ascoltava solo perché sei così meravigliosa che
potresti parlare anche di un set di pentole che risulterebbe comunque fantastico. Ho imparato
cos’è l’amore quella sera che mi hai chiamato perché eri a casa da sola e avevi paura perché
avevi visto un film horror e mi hai tenuto al telefono per due ore nonostante io il giorno dopo
dovessi svegliarmi presto. Ho imparato cos’è l’amore semplicemente conoscendoti, giorno per
giorno.»
«Ti prego» aveva gli occhi lucidi e ora aveva paura.
«Non mi aspetto che tu adesso decida di baciarmi e di amarmi come ti amo io, queste cose non si
decidono, avevo solo bisogno di dirtelo»
D’improvviso sembrava essersi fatto uomo, non era più il ragazzino goffo che sei mesi prima aveva
conosciuto. Era tremendamente dolce e bello ed era la prima volta che lo pensava e questo la rese
felice e subito dopo la spaventò terribilmente.
«Ma cosa vuoi che ti dica, io?» disse lei, si abbottonò l’ultimo bottone della giacca e poi lo sbottonò
di nuovo. Infine gli appoggiò una mano sulla spalla e scosse la testa.
«Non sei obbligata a dire nulla» disse, lui, «puoi anche voltarti e andare da lui.»
«Da lui chi?»
«Da lui» rispose serio, la fronte contratta e la mano destra chiusa in un pugno.
Il sole alto scaldava l’aria fresca del mattino, dal bar di fianco alla strada usciva la melodia di una
canzone anni settanta e c’era poco traffico, nessun rumore assordante ad intaccare il silenzio in
cui le loro voci affluivano.
«Giovanni, tu sei un ragazzo meraviglioso, gentile ed educato, e io sono un disastro, me lo hai
detto anche tu, ricordi?»
«Cosa?»
«Che sono insopportabile.»
«Sì, sei la ragazza più insopportabile che abbia mai conosciuto» rispose, «ma io vorrei passare
ore a non sopportarti, vorrei non sopportarti per il resto della mia vita.»
«Giovanni, ti prego…» si era accesa un’altra sigaretta che stava fumando nervosamente, i suoi
occhi erano velati da lacrime che li rendevano più luminosi del solito, il suo sguardo terribilmente
dolce e infantile.
La prese per mano e con l’altra le alzò il mento, con delicatezza. Occhi negli occhi, lei tremava e
lui anche.
«Io so solo una cosa» disse, lui, sorridendo e piangendo allo stesso tempo, «non so se potrà
funzionare, ma preferisco l’illusione di essere amato da te piuttosto che la certezza di mille altri
amori.»
Poi la baciò, maldestramente, fu un bacio pessimo ma allo stesso tempo il più bello che avesse
mai dato.
Quando si staccarono si guardarono negli occhi e si scoprirono felici, lui le prese le mani e posò il
volto sulla sua spalla. Iniziò a piangere come un bambino, aveva tenuto troppo tempo tutto dentro
e adesso tutto quello stress stava uscendo sotto forma di lacrime, anche lei stava piangendo, ma
era un pianto più contenuto, quasi silenzioso, il pianto dignitoso di chi non vuole concedersi
totalmente all’irrazionalità dell’amore.
«Ti amo» disse lui, lei non rispose, si limitò ad abbracciarlo forte e a baciarlo sul collo.