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Stefano Santambrogio

Tempo di lettura stimato 8 minuti

#Thriller

 

Cicale. Il loro frinire assordante.

Cicale. In cerca di una compagna con cui accoppiarsi.

Cicale. Nel caldo asfissiante di un pomeriggio d’agosto, Antonio si svegliò. I raggi del vigoroso sole di mezzogiorno, infilandosi tra le coriacee foglie dei limoni mosse da un caldo vento, gli trafissero gli occhi. I dorati e asprigni frutti pendevano dai rami e lo fissavano come tanti occhi felini, attendendo un suo gesto. Antonio, a fatica, si mise a sedere, poggiandosi al tronco dell’agrume. Tutt’intorno un’infinità di altri alberi si ergevano dall’arida terra ben oltre l’orizzonte. Si toccò la spalla.

Un dolore acuto lo trafisse come prima avevano fatto i raggi del sole. Ritrasse la mano. Era intrisa di sangue come gran parte della maglietta che indossava. Anche i jeans erano sporchi di sangue. Doveva essere lì da molto, pensò. Si guardò meglio attorno.

Ad un paio di metri alla sua destra una pistola faceva capolino a terra tra le foglie secche dei limoni. Non ricordava nulla. Non sapeva perché in quel momento si trovasse in quel luogo, ferito, con un’arma abbandonata lì vicino. Cercò di rimettersi in piedi, aggrappandosi con entrambe le mani ad un ramo ma ricadde pesantemente sul sedere, scivolando con la schiena lungo il tronco. Si sentiva debole, molto debole. E aveva perso parecchio sangue. Cercò nelle tasche il cellulare. Vi trovò solo l’inutile chiave di un’automobile. Realizzò che molto probabilmente sarebbe morto lì, in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini.

Il suo sangue avrebbe nutrito la pianta di limoni che adesso lo riparava dal sole. O magari no. Forse il padrone di quell’agrumeto sarebbe passato di lì per caso e l’avrebbe salvato da morte sicura. Aveva una fottuta sete. Ad un palmo dai suoi stivali c’era un limone. Si spinse in avanti per afferrarlo e cadde piegandosi su un fianco, sbattendo con violenza la faccia a terra. Bestemmiò. Con un ultimo sforzo riuscì ad afferrare il frutto portandolo alla bocca. I suoi denti affondarono tenacemente nella dura ed amara scorza.

L’aspro succo gli bagnò le labbra riarse donandogli un effimero sollievo. Quel sapore gli fece ricordare di nonna Assunta e delle limonate che lei gli preparava quando era bambino. Gli piacevano molto. Amava sorseggiarle lontano da tutti, all’ombra di un fico secolare, rannicchiato sul muretto a secco che delimitava la casa della nonna dai campi ricoperti da infinite pale di fichi d’india. Anche quel luogo lontano nel tempo era pervaso dall’incessante frinire delle cicale.

La sua vita d’altronde era stata molto simile a quella dei chiassosi insetti. Non si era mai sentito adatto a rivestire il laborioso ruolo della formica. Il guadagno facile, la bella vita, le donne e la coca…Solo per questo valeva la pena di vivere e di morire. (Continua a leggere gratis, scarica l’e-book )