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Rubrica che mi vede collaborare con  blogger che stimo molto: 15995041_178475882628831_5574318097662356664_o.jpg

Chi conosce 387px-Baudelaire_signatur__svg.pngavrà già indovinato cosa lega la mia rubrica a Les Fleurs du Mal ! Del resto i libri non sono forse…paradisi artificiali?

*I libri che propongo in questo spazio sono da me scelti ed acquistati, personali letture che condivido con voi amanti della lettura, non sono frutto di segnalazioni ne da parte di case editrici ne di autori.  Non sono recensioni, non amo dar giudizi, troverete qui piacevoli letture di vario genere di autori esordienti e non… Vi svelerò di volta in volta cosa mi ha spinto ad acquistare il libro, se il titolo, la copertina o la trama! Ogni scrittore prima di divenire autore è un lettore accanito vi rivelerò quindi cosa sto leggendo ora, per mio piacere personale:

 

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Cosa mi ha spinto ad acquistarlo ?

Il titolo: svela tutta l’ironia e l’intelligenza dell’autore!

Quarta di copertina :

Un ingegnere disoccupato accetta una supplenza di fisica in un Istituto Professionale. Una doccia gelata. Studenti disamorati, pronti a mangiarselo in un boccone, usano ogni arma per fargli saltare i nervi. Un colpo di genio gli suggerisce, per sovrastare il rumore, di intonare un inno sacro in tedesco. I ragazzi, sconcertati, esplodono in applausi. Inizia un’esperienza unica, ove accoglie senza pregiudizi ogni cosa: scassi, lanci di oggetti, canne, spogliarelli, risse, fischi, bestemmie, tentativi di corruzione, cori omofobici, inviti a puttane e domande rivelatrici di insospettabili profondità di sentimenti. Sorge infinita compassione per quelle anime abbandonate alle armi di distrazione di massa su cui dimostra il primato umano. Un’istantanea amara e ironica di una scuola naufragata, di una gioventù disillusa e incapace di innamorarsi, ma con un gran desiderio di trovare adulti che la amino. Uno struggente messaggio di speranza e fiducia in questi giovani meravigliosi e sottovalutati.

 

Lunghezza stampa 111 pagine

Genere Narrativa

Incipit

 

«Dai, prof, andiamo a puttane!»

Esordì il cubano, non appena entrai in classe, con un timido sorrisetto che nelle sue intenzioni voleva essere simpatico e provocatorio, ma in realtà gli riuscì solo di una tenerezza disarmante e spietata, quasi struggente nell’ingenuità del suo approccio infantile, larvata e smorta imitazione di un modo di vivere, l’unico, tramandatogli dagli adulti di riferimento con la loro angusta concezione del mondo.

Prima ora per me, che il giovedì iniziavo alle dodici per finire alle tredici, quinta per loro, che ereditavo sempre già ben carburati, quando non bruniti o del tutto brasati, ognuno con la sua sfumatura inimitabile di smarrimento. Mi taccio sulle canne per umana compassione. Il giorno prima, all’uscita, qualcuno tirò fuori l’argomento, dicendo che se le facevano quasi tutti, come diversivo, per rilassarsi un po’, al che io ribattei con paternalismo istituzionale:

«Dovreste comunque smettere, perché tutte quelle canne non vi fanno bene.»

Saltò su Ezekiel, possibilista:

«Eh, prof, magari se mi faccio la figa, smetto.»

«Bravo, così sostituisci una dipendenza con un’altra!»

Lo so, lo so che non avrei dovuto, nella mia delicata posizione professionale, influenzare in tal modo quei teneri virgulti, invece di deplorare l’uso di un linguaggio così scurrile e inadeguato alle loro giovani boccucce, ma è più forte di me: traghettare la verità su una battuta di spirito è un vizio al quale non sono mai riuscito a rinunciare, nemmeno da insegnante.

Più che un vizio, è più corretto definirlo un lusso, perché non ne sono dipendente, ma l’ho sempre pagato molto caro, e anche quella volta non costituì eccezione. Infatti con quell’uscita gli avevo dato il la per l’attacco del giorno dopo.

Partenza in salita, dunque, giovedì. Per fortuna ci sono abituato, essendo il mio un caso cronico di arrampicatore non sociale. Pur vivendo e allenandomi in pianura, la domenica spesso mi presento al nastro di partenza di competizioni podistiche in montagna, spremendomi sempre senza risparmio per arrivare in cima nel minor tempo, possibilmente da solo. Faticosissime e massacranti, ma senza dubbio utili come preparazione psicofisica per affrontare situazioni del genere. Mi sono sovente rappresentato molti aspetti positivi di tale attività sportiva assai probante e faticosa, riuscendo ogni volta a far pendere la bilancia dal lato dei vantaggi, ma non avevo mai considerato anche questo effetto collaterale della mia sfrenata passione per l’agonismo e per l’alta quota.

A volte, le mattinate di un insegnante precario in una scuola professionale possono cominciare anche così.

Se ti fermassi a riflettere, azione non consentita per definizione e per contratto in una classe di diciotto adolescenti maschi imbizzarriti, potrebbe capitare di chiederti se per caso non sia già metaforicamente avvenuto – in quella classe, in quella scuola, nella scuola italiana – quanto proposto con tanta spudorata leggerezza dal migliore – stando al rendimento scolastico catalogato dai voti del collega che mi precedette – allievo della classe seconda B. Quella più problematica e più ostica, mi avevano avvisato con tono rassegnato i colleghi che incrociai di volata in sala insegnanti al cambio dell’ora nel giorno del mio debutto, qualche settimana prima. Quel giorno il collega di lettere, che ben presto scoprii amare gli studenti in modo tutto suo, più di tutti gli altri, mi buttò lì, salendo le scale, un affabile macigno accompagnato da un sorrisetto complice:

«Seconda B? Li devi odiare!»

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Il protagonista , ed autore, narra in prima persona la sua esperienza di professore nell’ odierna scuola; lo stile raffinato ed ironico conquista immediatamente il lettore che ne resta ammaliato . Il titolo svela il parallelismo tra la scuola Greca e la scuola contemporanea, rivelando da subito la pateticità di quella attuale.

La denuncia pungente, intelligente, e sarcastica tratteggia la situazione di una scuola ormai penosa, che nulla più ha da offrire a studenti che apatici la vivono unicamente come obbligo.

Ma cosa è mutato da quel modello perfetto ed utopistico? Gli allievi? i tempi? Gli insegnanti? La scuola stessa?

Il ruolo di professore viene demitizzato: nessuna passione o missione muove più questi moderni docenti, svuotati di ogni passione da anni di precariato. La rigidità della scuola tarpa le ali all’innovazione, all’empatia, snaturando il rapporto tra  allievo e maestro rendendo tutto sterile e freddo.

Come si può seguire chi non si conosce e si stima? Veramente è tutta colpa di questi ragazzi difficili se nulla riesce ad appassionarli?

Bellissimo è il riferimento al meraviglioso film ” Io speriamo che me la cavo” e struggente la considerazione del professore che dichiara che  oggi quello speriamo non esiste più nel sentire dei giovanissimi. Per loro par non esserci futuro: non sognano più.

Ma che società è quella che ” uccide ” il suo futuro, i suoi giovani?

Vorrei che  i politici leggessero questo libro, ma forse darebbe unicamente loro conferma che la distruzione della cultura  messa in atto è , quella sì , sulla BUONA strada…in quanto alla BUONA scuola no…siamo molto lontani !

Monika M.

 

 

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