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Quarta di copertina.

Addio a Bodhgaya è il viaggio di Arianna a ritroso nel tempo dopo la perdita del fratellastro Lucas. Nel ripercorrere le stesse strade del loro viaggio insieme avvenuto due anni prima, la protagonista si riappacifica con la mancanza che credeva di aver superato e con i sentimenti che da sempre ha provato per lui. In un luogo descritto nei particolari, senza la poesia che di solito avvolge l’India, con la crudezza che vi si percepisce, con le difficoltà e la bellezza che le appartengono, Arianna si muove tra l’amore per Lucas e il senso di impotenza per la sua perdita, che si tramuta in un senso di impotenza più ampio. Incontrare gli occhi di un giovane tuttofare accucciato a lavare i pavimenti sarà il punto di partenza per approdare a un addio definitivo e liberatorio dai fantasmi del suo amore proibito.

 

 

Avevo già letto di quest’autrice il suo “Sette stanze” ed ero rimasta affascinata dalla potente introspezione fatta ai personaggi, innamorandomi del suo Anton Eastman.  Quando un autore mi piace molto confesso che affronto poi gli altri suoi scritti con timore; probabilmente devo aver problemi non risolti con le delusioni…

India. Già l’ambientazione mi piace molto. L’India è  il viaggio che da molto sogno e progetto di fare, ed è stato incredibile vivere, con gli occhi di Arianna, molte mie “paure” che sono forse alla base del non concretizzare tale visita… Temo infatti di non riuscire ad accettare molte condizioni di vita o sopravvivenza… di sentirmi impotente ed ancor peggio un turista della miseria. Del resto, come nota anche la protagonista, si osserva impotenti una condizione che per noi è incomprensibile. L’idea delle Caste mi ha sempre turbato, come una gabbia data alla nascita, un concetto inaccettabile, ma inestirpabile.

Ma torniamo al romanzo che, ancor più del primo letto, travolge il lettore con una struggente dolcezza. La storia d’amore narrata è un parallelismo della vita stessa, così ingestibile, precaria e fragile eppur ricca di momenti che valgono il prezzo di tutta la pena richiesta per viverli.

Per tutta la lettura mi sono chiesta se ambientato in altri luoghi , il romanzo, sarebbe stata così potente. Quei posti amplificano il dolore, eppure sono unica via di uscita per  espiarlo  e metterlo da parte. Lasciarsi liberi…

La protagonista, nonostante la sua giovane età, conquista per forza e determinazione ed è il carico di dolore che con sé porta a renderla credibile, non una dura… ma una che ha dovuto affrontar la durezza della vita ed ha saputo reagire.

Nella cultura indiana la morte è ancora parte della vita, così come il dolore; noi occidentali invece lo scacciamo, ripudiamo, ignoriamo… ma prima o poi dovremo rendergli conto partendo da zero, impreparati. Arianna mette in atto un suo percorso di elaborazione del lutto, tornado dove erano stati felici, assieme. Incantevole il suo scopo: non prendere nulla, ma lasciare lì qualcosa…qualcuno…

Ho letto tutta la storia senza soste: intuivo nel sapiente “non dire” un mistero ben celato dall’autrice e che , venendo fuori al momento giusto, avrebbe perforato il mio cuore facendolo a pezzi…

Se un libro vi lascia indifferenti non è un buon libro…questo, a mio modesto parere, è ottimo.

Monika M.