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“La scuola è finita e non dovrò più sopportare i bulli.”

Questo l’unico pensiero che colma la mia mente mentre veloce scendo i tre gradini dell’istituto.

Libera.

Per tre mesi sarò libera da quei sorrisi di scherno perché ritenuta troppo grassottella. Libera dalle prese in giro per i capelli rossi e le lentiggini, forse non sarò libera da questo senso di inadeguatezza che ormai fa parte del mio rapportarmi al mondo, ma in solitudine saprò affrontarlo meglio.

Libera.

 

Per la prima volta ringrazio il destino che vede la mia famiglia in difficoltà economiche, se così non fosse avrei dovuto partecipare al campo estivo, partire con quei compagni che giudicano il mio corpo anche se coperto di maglioni larghi , cosa mai direbbero se solo mi vedessero in pantaloncini? Rabbrividisco all’idea di dover indossare la divisa estiva davanti a loro, ma subito dopo sorrido: così non sarà!

Osservo un cartellone pubblicitario, esorta le donne a piacersi così come sono, svelando i trucchi apportati alle foto delle modelle, ma io ho solo dodici anni e non ho ancora la giusta consapevolezza di me.

Allungo il passo e svolto in Rue de Sevres, la mia direzione è la lontana periferia. Forse se i miei non mi avessero iscritto in una scuola così centrale sarei stata notata meno, qui sono Cenerentola tra le sorellastre e più cresco e più il divario tra me e loro si amplifica.

 

Quando sono certa di non esser vista da nessuno tiro timidamente fuori dallo zaino il panino avvolto nella stagnola, mi attende un lungo tragitto in metro ed ogni giorno questo è il mio pasto. Tornata a casa devo subito mettermi sui libri per recuperare il tempo perduto e svolgere i compiti per il giorno seguente, ma non oggi, oggi iniziano le vacanze estive!

Finalmente rido, sto lentamente realizzando che è finita!

Addento felice il mio panino e penso ai libri da prendere in prestito nella biblioteca pubblica del quartiere già da domani. Ho sempre amato leggere e non saprei dire se fu questa passione a rendermi una solitaria o se per sopperire alla solitudine iniziai a leggere, ma cosa importa?

Ripasso i titoli dei libri fantasy che chiederò alla signorina Adèle Bernard.

-Magari lei saprà consigliarmene anche di più belli!- dico incurante del fatto di aver la bocca piena, tanto sto parlando a me stessa!

Un gatto si strofina al tronco di un albero, ingiallito dal sole, e miagolando mi saluta.

-Salve!- gli rispondo sorridendo. –Io sono Odette Picard.- mi presento piegandomi in un buffo inchino.

Gli lancio una fetta di affettato che il mio panino farcisce ed alzando il naso verso il cielo osservo la punta della Tour Eiffel , felice. Parigi è una città che ti fa sentire viva!

Certo non è stato facile venir a vivere qui dalla vicina cittadina di Vernon, ma chissà perché i genitori pensano sempre che più è grande la città e più possibilità di successo avranno i figli, al momento il trasferimento ha unicamente ingigantito la mia solitudine e dissanguato i loro risparmi.

Getto il sacchetto del pranzo ormai vuoto nel solito cestino, i miei giorni si ripetono tutti uguali dai primi giorni di settembre. Raggiungo lentamente la metropolitana, nonostante tutto so che mi mancherà questa parte della città che mi ha visto sempre correre per non arrivar davanti al cancello della scuola.

Uso per l’ultima volta l’abbonamento per far scattare il tornello e mi dirigo verso il treno che so non tarderà ad arrivare.

 

Mentre preparo la tavola per la cena sento i miei genitori discutere sommessamente nella loro stanza. Il tono della voce è tenuto volutamente basso: non vogliono farmi sapere che stanno discutendo e probabilmente la causa della discussione sono proprio io. Forse è una cosa che accomuna tutti gli adolescenti, non saprei dirlo non avendo amici posso solo immaginarlo, ma credo che ogni figlio si senta un peso per i propri genitori. Io ho questa sensazione da sempre, mi chiedo costantemente se senza di me sarebbero stati più spensierati e felici.

Mi siedo in loro attesa e quando per un attimo i toni si alzano comprendo con angoscia il motivo della discussione.

-Non è normale, sta sempre sola!- sento dire a mia madre.

-Siamo arrivati da poco dalle tempo di ambientarsi!- ribatte mio padre.

-Insisto perché vada, troveremo il modo di far quadrare i conti.-

Finalmente la porta si apre e mio padre grattandosi nervosamente il capo mi annuncia la decisione presa:

-Partirai per il campo estivo!-

-Cosa? Ma i soldi.. non possiamo permettercelo- balbetto e provo ad obiettare.

-Non sta a te preoccuparti di queste cose – taglia corto mia madre portando in tavola la cena.

Ceniamo in silenzio, ogn’uno perso nelle proprie paure.

Se solo i genitori ascoltassero i figli! Mi dico.

Loro sono convinti di rendermi felice ed invece spenderanno soldi che non hanno per farmi passare giorni d’inferno. Ribellarmi non servirebbe a nulla, sono convinti io non voglia andare per non pesare sul bilancio famigliare, mentre io non partirei neanche fosse gratis.

Mia madre, finita la cena, tira fuori il programma del campo estivo e me lo porge.

-Leggi la lista ed accertati di avere tutto, tra una settimana è prevista la partenza in Place St.Michel . Vedrai ti farà bene andare. – concluse sorridendo dolcemente.

Sbuffo rassegnata.