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Fregiate virtù ed inconfessati vizi

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Danzare con l’abisso

Il potersi muovere a malapena, nell’affollato salone, testimoniava quanto la popolarità di Lady Heathcote fosse in ascesa. Le Dame ostentavano la loro posizione sociale con ingombranti vestiti che impedivano loro di muoversi liberamente se non nella pista da ballo, al centro della sala, lasciata libera per goder della vista delle coppie che mai mancavano di esibirsi. Miss Cécile Juliette Lefebvure osservava tutto restando sapientemente in disparte. Giovane, ma non certo sprovveduta e dalla brillante intelligenza, comprendeva perfettamente come il suo arrivo nell’alta società inglese fosse circondato da curiosità nei suoi riguardi. “Di cosa mai potevano ciarlare quelle noiose donne se non di pettegolezzi?” Si chiese, portando il ventaglio a coprir una bocca che ostentava innata superbia. Con la mano libera carezzò il suo naso che avrebbe desiderato meno ingombrante, la sua era una bellezza a metà, riteneva rammaricata la giovane. Tutta la sua figura emanava semplicità e modestia, unicamente gli occhi tradivano quel sapiente travestimento, guizzando acuti . L’abito gradevole ma scialbo si confondeva quasi con le tende che le grandi finestre ornavano e vicino le quali ella si era, non a caso, posizionata. Osservava gli habitué annoiata: nessuno dei personaggi lì presenti riusciva ad attirare la sua attenzione e curiosità e si riteneva soddisfatta nel non attirarne a sua volta.

La musica di un ennesimo valzer risuonò nel gran salone ed il fruscio dei vestiti delle dame sottolineò il gradimento espresso per tale ballo. Uno sguardo folle attirò l’attenzione della giovane ospite e lo seguì per intercettarne il destinatario. Un aitante Lord dalle possenti spalle, ma dall’andatura leggermente claudicante, il bersaglio che indicarono e curiosa ne seguì i movimenti. Questo sembrava corteggiar tutte eccetto chi, era ovvio, si struggeva per attirarne l’attenzione chiamandolo a sé con occhi languidi e gelosi assieme.

-Lady Carolina mi concedete questo valzer? – sentì la giovane domandare alla donna che mordendosi il labbro si interpellava sul da farsi. Era evidente, almeno ad occhi attenti come quelli di Cècile Juliette Lefebvre, come ella fosse combattuta tra il desiderio di mostrarsi fedele all’amante ed il volerlo far ingelosire, concedendosi per quel ballo.

Distratta ed in attesa della risposta della donna la giovane Cècile Juliette non notò il Lord farsi proprio presso di lei e porle la stessa domanda. Questo, al contrario del gentiluomo che l’altra aveva invitato, non attese risposta afferrandola saldamente per un polso.

Gli sguardi di sdegno che accompagnavano l’uomo misero in allarme Cècile Juliette al fianco del quale era costretta a danzare. Il suo proposito di non attrarre a sé interesse alcuno era svanito, non restava che minimizzare l’avvenimento mantenendo disinteresse ed impassibilità. La musica cessò bruscamente e le urla spaventate delle donne richiamarono l’attenzione di tutti fuorché quella di Lord Byron che continuò a tener serrato il braccio di Cècile Juliette. Questa, ad occhi sgranati, ora fissava inorridita la scena.

Lady Carolina Lamb in preda alla gelosia folle che la dominava, dopo aver scheggiato un calice di cristallo , minacciava di tagliarsi le vene dei polsi.

-Pazza ! – sentenziò Lord Byron liquidando così l’accaduto e rigettando da sé le accuse che tutti parevano indirizzargli. – Siete pallida – continuò poi rivolto a Cècile Juliette conducendola nel salottino attiguo e facendola accomodare.

Lady Heathcote, accertatasi che Lady Carolina fosse fuori pericolo, corse dalla nipote che trovò in un salottino comunicante. Cècile Juliette sorseggiava un bourbon offerto da Lord Byron, tossendo allontanò il bicchiere ma il suo pallore cessò e ritornò in sé.

-Mia cara tutto bene? – chiese sedendole accanto ed afferrandole la mano gelida.

L’uomo si allontanò. La presenza della donna aveva tolto ogni interesse verso la giovane e fu allora che l’accaduto venne spiegato alla ignara Cècile Juliette.

-Da sempre si disprezzano in pubblico, giurandosi poi amore eterno in privato, ma par che ora lui non voglia più saperne mentre lei ancora divampa di passione. Oh quale scandalo per una donna sposata! Fareste bene, mia cara, a non incoraggiare quell’uomo che mi dicono essere dissoluto. – asserì con voce greve.

-Pazzo, pazzo, cattivo e pericoloso! – sentirono urlare dall’altra stanza.

Lady Carolina tentava di giustificare così il suo gesto, questo attirò nuovamente Lady Heathcote nel salotto vicino, lasciando libera Cècile Juliette di seguire Lord Byron, curiosa di scoprire la reazione che tutto questo generasse in lui.

La sua voce le giunse inaspettatamente alle spalle mentre ella si inoltrava nel corridoio. Nascosto dallo stipite della finestra e dal tendaggio era celato allo sguardo di Cècile Juliette che, avanzando, gli era passata alle spalle.

-Siete curiosa: i vostri occhi lo rivelano.- disse, palesandosi ed avanzando con quella sua andatura lievemente malferma verso la giovane.

-Le vostre amanti invece rivelano che siete pazzo… -rispose impertinente per celare l’imbarazzo ed ostentando un’ aggressività da difesa.

La risata di Lord Byron risuonò fuori luogo, essendo egli causa della tragedia appena sfiorata nella stanza accanto. Nonostante il buon inglese non sfuggì all’uomo l’accento francese della giovane. Con lo sguardo fisso nei suoi occhi avanzò e, vedendola indietreggiare, sorrise.

Cècile Juliette ripensò ad un bizzarro insegnamento del padre, amante della caccia, al quale era convinta mai avrebbe fatto ricorso in vita sua. Al ritorno dall’Africa le aveva raccontato, carezzando la pelle del suo trofeo, come mai si dovesse indietreggiare davanti al leone poiché questo avrebbe determinato l’attacco mortale. Trovandosi ormai spalle al muro smise di indietreggiare, consapevole di aver dichiarato all’avversario la sua inferiorità. Portò i piedi rasenti al muro come si trovasse al cospetto di un precipizio e fissando Lord Byron comprese che egli rappresentava un abisso nel quale lei non era pronta a gettarsi, non ancora. Affrontare un tale avversario senza averne la preparazione sarebbe stato da sciocca e la donna nell’altra stanza lo dimostrava palesemente.

Un ghigno comparve sul volto del Lord, il suo viso era ormai a pochi centimetri da quello della giovane e senza aggiungere altro si dileguò, lasciando Cècile Juliette inappagata. Era esattamente quello che egli desiderava ,quella mente curiosa e coraggiosa sarebbe tornata a cercarlo, ne era certo. L’unico pensiero che in quel momento dominò la mente di Cécile Juliette fu quanto il suo naso, da quella prospettiva, dovesse sembrar enorme all’affascinante Lord e rammaricata tornò a carezzarne il dorso.

-So per certo che la richiesta di matrimonio a Lady Anne Isabella Milbanke è stata pronunciata! – affermava certa lady Heathcote, accogliendo la nipote affettuosamente, invitandola a seder con loro nel salottino privato.

Il ballo era stato sospeso e unicamente le amicizie intime erano rimaste a commentare l’accaduto. Cècile Juliette sedette tra l’ammirazione di tutti i presenti.

-Un giglio puro sembravate in quel valzer… nonostante il cavaliere! – osservò una anziana donna tutta vestita di pizzi neri, sottolineando ancora una volta il loro disappunto nei confronti del Lord.

-Se la Baronessa Milbanke accettasse di sposarlo troverei la sua decisione a dir poco bizzarra! Così religiosa e dalla morale impeccabile, colta e ricca cosa mai potrebbe acquisire con questo matrimonio? – si intromise un’altra attirando l’attenzione di Cècile Juliette che intravide nella indiscutibile moralità della donna descritta un’immagine inattaccabile.

Si poteva dubitare di una donna de genere? Poteva esser messa in discussione la sua integrità?” I pensieri di Cécile Juliette curiosi si interrogavano sull’accaduto. Poco prima un’altra donna aveva compiuto un gesto estremo, eppure le riservavano unicamente compassione per essersi concessa ad un simile mascalzone, ogni colpa ricadeva unicamente su di lui, poiché la sua reputazione non lo proteggeva dalle accuse. Cècile Juliette Lefebvre comprese come l’esser irreprensibile potesse inoculare nella società il continuo dubbio. Anche di fronte allo scandalo una donna moralmente inattaccabile poteva scamparla inducendo le opinioni a rilegare la voce nel pettegolezzo. “Si poteva quindi aver tutto senza pagarne il prezzo ? “ Si chiese.

Prima di congedarsi per la notte la giovane chiese alla zia il permesso di recarsi l’indomani da lady Carolina Lamb.

-Oh cara mia! Mi togliereste questa pesante incombenza? Sapete non nutro una simpatia particolare per queste situazioni così imbarazzanti. – rispose grata Lady Heathcote liberata dallo sgradito obbligo. Certa del fatto che non vi avrebbe incontrato Lord Byron, acconsentì.

Spogliandosi Cécile Juliette carezzò la sua pelle immaginando fosse quel tenebroso Lord a farlo. Si raggomitolò nuda nel letto, quelle carezze sempre più audaci e dal piacere dirompente erano divenute unica medicina al suo malessere. Un vuoto che nulla e nessuno riusciva a colmare e che sapeva avrebbe decretato, un giorno, la sua schiavitù.

Monika M.

 

 

 

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Margot

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Il vapore umido saturava l’aria mentre il debole fuoco, al centro della stanza ,scoppiettava pigro non lontano dal dolore urlato dalla donna. I rumori provenienti dall’ esterno narravano di una pioggia fitta, incessante, che andava infangando il mondo. Le grida della donna, seduta sul marcio sgabello di legno , maledicevano il nervoso marito che, all’esterno della casa, attendeva il pianto della nuova vita che la moglie gli avrebbe donato, nuovamente. Sorpreso il contadino mormorò una preghiera, che credeva di non ricordare più , volta a chiedere gli venisse donato il bramato erede maschio. Mani nodose ed aride si sfregano nervosamente mentre con voce severa l’uomo sgridava le due figlie che giocano, indifferenti al dolore della madre, impastando il fango da terra raccolto come creta da plasmare in un sudicio gioco.

– Si! un maschio, un maschio ci vuole in questa casa di contadini! – bisbigliò con la disperazione nel cuore, quale benedizione sarebbe stata , ma una strana atmosfera regnava in casa da giorni, segni di sventura si susseguivano gettando i loro semplici cuori nel terrore e nello sconforto.

Veloce si fece il segno della croce e cupo attese che il fato decretasse la sua fortuna o sventura. Finalmente con l’ennesima spinta, che la fece tremare fino alle viscere, la donna riuscì ad espellere il piccolo corpo che da mesi ospitava, sperando lo sgabello non cedesse proprio in quel momento, mentre sfinita si appoggiava alla levatrice che per tutto il tempo, instancabile, le aveva sostenuto la schiena, incoraggiandola.

Un forte odore di muffa accolse il suo pianto, una povera stanza scura e spoglia i suoi occhi verde smeraldo che attenti già tutto guardavano. Mamma e figlia si fissarono. Lo sguardo deluso e spaventato della donna , ancora sofferente per le fatiche del parto, dichiarava già senza bisogno di parole che la respingeva da sé e dal nutrimento del suo seno , disconoscendo quella figlia così diversa dalla precedente progenie . Quei capelli, tanti, lunghi e neri e quegli occhi enormi già aperti così attenti che tutto seguivano e comprendevano, erano senza dubbio segni che le donne timorose del Maligno conoscono bene.

– Subito, te ne devi disfare subito… – mormorò la levatrice fuggendo spaventata senza rivendicare neppure il suo compenso che avrebbe portato a lei sventura per aver fatto nascere un figlio del demonio.

L’uomo passeggiò nervosamente attorno al giaciglio tenendo disperatamente la testa tra le mani, scuotendola nervosamente, pensando a come disfarsi di quella disgrazia generata nella sua casa. Non aveva neanche il coraggio di guardarla, conosceva i poteri di quegli esseri maledetti e temeva potesse prendere il sopravvento sulla sua mente , manipolarlo salvandosi dalla sorte avversa che la attendeva. La avvolse in un panno lercio di sangue trovato a terra vicino al letto e senza guardarla la gettò maldestramente in un cesto di vimini usato per portare in casa il carbone

– Affiderò quel corpicino al bosco, i lupi sazieranno i loro stomaci vuotati dal freddo inverno con morsi voraci e feroci e se sarà fortunata non avrà neanche tempo di soffrire. – annunciò infine guardando rabbiosamente la moglie che riteneva colpevole di tale abbominio.

Le imposte sbattevano violentate dalla tempesta che fuori imperversava, con cuore gonfio di terrore l’uomo pensò fosse giunta la fine del mondo. Uscì lesto per compiere ciò che non poteva esser rimandato, sfidando il temporale. Sentì le braccia tremare al pensiero del destino che attendeva quel fragile fagottino, ma con rabbia si ordinò di non aver pietà e di farlo in fretta, che la sua volontà già vacillava dominata da quell’essere immondo. La gelida pioggia alimentava ancor più quei brividi che gli scuotevano violentemente il corpo, brividi di repulsione per quel che stava facendo, – sangue del mio sangue! – pensò mentre avvertiva che il cuor suo si paralizzava dal dolore come divenisse di duro granito.

Senza voltarsi lasciò tra le radici di un’antica quercia la cesta muta che impotente attende il suo destino ormai segnato. Come gigantesca ombra i torrioni di Rothenburg dominavano l’orizzonte annacquato dalla pioggia incessante e con rabbia il contadino pensò, guardandola, che i signori che al sicuro di quelle mura vivevano non dovevano certo preoccuparsi di simili sventure. Mestamente tornò alla sua sudicia capanna, Dio non aveva ascoltato la sua preghiera, ed accettando la misera condizione che gli era stata riservata sentenziò

– Sia fatta la Tua volontà! –

Monika M, Margot.

 

 

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Ninfomania, le inchieste di Vittorio Spina

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Il commissariato puzzava come un posacenere, indizio che lì le normative non venivano rispettare, questo bastò ad innervosire ulteriormente l’inviato che sbirciava in ogni porta aperta a caccia del commissario. Roma era ormai quel “regno di mezzo” di cui le cronache ampiamente avevano raccontato, la corruzione dilagava in ogni ambito e cosa più grave in ogni anima.
-Vittò ma che gli diciamo ? Quello neanche la denuncia ha fatto!-

Vittorio osservò scocciato il suo cameraman, sapeva benissimo che aveva ragione ma Bianca necessitava di nuovo materiale. Scrollò le spalle e continuò la sua ricerca. Il marito della donna non aveva fatto regolare denuncia, si era unicamente rivolto alla trasmissione per far un appello alla moglie perché tornasse ritenendo l’allontanamento certamente volontario.

-Non lo so Mattè ma sta storia puzza, quella poveretta secondo me ha fatto una brutta fine! –

Il commissario urlava al telefono, la cravatta allenata e le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti non ne facevano un modello di eleganza e compostezza e non appena intravide la telecamera portata a spalla ingombrare il corridoio alzò gli occhi al cielo.

-Si, ho capito, ma qui c’è anche la stampa … stiamo facendo una figura di merda ! Ringrazio Dio che sono dei barboni e la gente di questi se ne fotte! Ma tocca darsi una mossa e visionare ‘ste cazzo di telecamere! Possibile che due persone siano state carbonizzate la scorsa settimana e non si ha nessuna traccia da seguire? Ieri un’altra poi in pieno centro storico, sotto ponte Garibaldi, e noi non riusciamo a trovare uno straccio di prova? –

Vittorio varcò l’uscio, bussando con decisione sulla porta accostata, Matteo lo seguì.

-Non posso divulgare notizie. – disse l’uomo agitando la mano come per negare ogni interesse a rilasciare dichiarazioni.

Matteo ormai avvezzo ai metodi di Vittorio piazzò comunque la telecamera davanti la scrivania pronta a riprendere.

-Commissario siamo qui per Beatrice Franzi, la donna dei Parioli scomparsa, ci sono novità? – lo incalzò il reporter.

-Non mi occupo di questo caso! Sapete benissimo che non è stata fatta regolare denuncia di scomparsa.- lo interruppe subito.

Vittorio fece un cenno al cameraman, la ripresa vennero interrotta.

-Ok, sarò sincero! – esordì Vittorio – Mi occorre qualcosa, qualsiasi cosa per rintracciare la donna. Commissà lo penso solo io che quella poveretta ha fatto una brutta fine? Un rapimento? Morta ammazzata? –

Il commissario Spari sbuffò ed incurante delle regole si accese una sigaretta comodamente seduto alla sua scrivania, non accennò neanche ad aprir la finestra.

-Conosco i suoi modi, seguo la trasmissione e so che in molti casi ha fornito prove fondamentali alle indagini. Conosco anche la sua storia da ex cronista, cacciato dal maggior quotidiano per aver pestato troppi piedi e le dirò che ha tutta la mia più sincera ammirazione… ma – si interruppe aspirando profondamente la sigaretta – seguo degli omicidi veri e non presunti! Ho il fiato sul collo e non posso perder tempo dietro ad una storiella,un capriccio tra marito e moglie. –

Vittorio si irrigidì. Ritenere sempre che le donne se ne andassero di loro volontà nel paese del femminicidio lo infastidiva fuori misura, come anche sapere che molte donne,anche dopo aver denunciato, non venivano protette dai loro carnefici. Serrò il pugno ma cercò di non perdere del tutto il controllo e di volgere a suo favore la situazione.

-Capisco ma vede una donna scompare, una donna ricca e potente della Roma bene, e ne la famiglia ne il marito ne denunciano la scomparsa, questo non suscita in lei sospetto? Potrebbero esser stati contattati da rapinatori? O coinvolti in un incidente che la riguarda? –

Matteo intanto aveva ripreso a filmare il tutto, montato forse avrebbe dato spessore al pezzo da mandare in onda in prima serata il giorno successivo. Per la prima volta Vittorio Spina della trasmissione “ Ti stiamo cercando” non aveva materiale e novità sul caso che seguiva. La donna sembrava esser scomparsa nel nulla senza lasciare dietro di sé alcuna traccia, ed era ormai trascorso un mese dall’unico intervento del marito.

Il microfono era puntato verso un cocciuto Spari che nascondeva la sigaretta sotto la linea della scrivania, ma non poteva impedire al fumo di palesarsi risalendo verso il suo volto.

-Facciamo così lei mi porta dei riscontri ed io metto in piedi delle ricerche! –

Vittorio sorrise amaramente, il commissario non era un pivellino e lo stava mettendo all’angolo, giocò quindi d’azzardo.

-Intende dire che è più semplice non risolvere casi che riguardano barboni, anonimi e di nessun interesse per l’opinione pubblica, piuttosto che fallire in un caso di probabile femminicidio? –

-Figlio di pu… –

Il commissario si fermò appena in tempo, scattando in piedi. Guardava fisso negli occhi Vittorio, quel che vi lesse non fu però vanità di chi cerca gloria, quanto piuttosto dolore di chi la verità cerca a tutti i costi. Questa volta fu Spari a far il gesto a Matteo perché non riprendesse.

*Tratto da Ninfomania, le inchieste di Vittorio Spina, Monika M.

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COME UN’ ISOLA

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Ferma, accanto al treno appena arrivato, si guardò attorno spaesata . L’odore di bruciato che proveniva dai binari, unita all’agitazione che provava ed allo stomaco ormai vuoto, le dava la nausea . Per l’emozione non aveva mangiato nulla oltre la colazione ed era ormai ora di cena. Sospirò pesantemente facendosi coraggio ed afferrò il manico del trolley rosa che aveva portato con sé . Lo aveva pregato di non tardare , l’idea di star sola in stazione la agitava e credendo ormai di aver capito il tipo , aveva preferito dargli appuntamento in un bar subito fuori la stazione , lì seduta ad un tavolo, invisibile alla curiosità altrui, si sarebbe sentita meno nervosa . La vista dell’orologio della stazione fermo alle 10,25 fu un ulteriore colpo allo stomaco ,socchiuse gli occhi , deglutendo e scacciando quel senso di smarrimento e dolore che affiorava assieme alle immagini indelebili della strage lontana , ma mai dimenticata .
Ordinò un succo di frutta e, per non fissare ogni avventore che entrava nel bar come una disperata, tirò fuori dalla borsa il libro che aveva portato con sé , Orgoglio e Pregiudizio , distratta si immerse in un ennesima lettura del romanzo che conosceva a memoria . La gonna corta di jeans veniva costantemente sistemata dalla sua mano nervosa , seduta le sembrava fosse troppo corta e non faceva che tirare l’orlo verso il ginocchio , nel vano tentativo non si sollevasse nuovamente .Gli anfibi bianchi e le calze parigine dello stesso colore si intonavano alla carnagione nivea delle gambe, in vita sua non aveva mai passato una sola ora a prendere il sole e la sua pelle era di un pallore quasi innaturale. Un veloce sguardo all’orologio , con al centro delle lancette la marca del caffè servito nel bar , le annunciava che come temeva e si aspettava lui era in ritardo. Cominciò a sbuffare indispettita , neanche al primo appuntamento riusciva ad esser puntuale , come non lo era stato neanche a quelli telefonici che avevano preceduto quell’incontro . Telefonate preparatorie che lui aveva sapientemente dilazionato e centellinato in tutto l’arco dell’anno che era trascorso dal primo contatto tra loro.
-Questo lo offre il signore lì al bancone- si sentì dire dall’impacciato barista , improvvisatosi cameriere .
Alzò lo sguardo sorpresa e guardò l’uomo ad occhi sgranati. Imbarazzata agitò la mano in un gesto di rifiuto categorico , guardandosi attorno nella speranza che lui arrivasse . Niente affatto scoraggiato lo sconosciuto afferrò la birra che stava consumando al bancone e si diresse verso di lei. La bottiglia di Corona venne poggiata vicino al suo libro facendola sobbalzare di sorpresa mentre questo si sedeva al suo tavolo , fissandola con occhi attenti.
-La prego , sto aspettando una persona ….- lo informò impacciata .
Si perse in due occhi scuri e severi , esigenti , che trasmettevano una sensazione di inflessibilità , il corpo che appariva duro come il marmo infondeva sicurezza , perfettamente a suo agio sedeva rilassato sulla sedia davanti a lei , mentre la bocca appena schiusa , morbida allo sguardo ,sembrava attendesse qualcosa .
-Lo so…-si limitò a dire .
Lucrezia in imbarazzo cercò un modo di liberarsi dall’invasore , agitata afferrò il libro cercando di riporlo velocemente nella borsa aperta sulla sedia accanto , scorgendo il sorriso divertito di lui nel leggerne il titolo.
– Respira…. – continuò lui mentre lei al suono di quella parola si bloccò del tutto.
Quella parola , la voce , solo ora la riconosceva . L’aveva ascoltata circa un anno prima per la prima volta al telefono , ma il volto no , non era quello che lei o meglio la sua fantasia aveva immaginato . Era bello , molto più bello di quel che aveva creduto. Ingannata forse dall’età di lui lo aveva immaginato molto diverso e maledisse il suo dar per scontato quel dettaglio non ininfluente, lui non avrebbe dovuto essere affascinante o meglio lei non doveva ritenerlo tale . In attesa lui le sorrideva divertito. Nonostante le fosse seduto davanti Lucrezia avvertiva una distanza siderale da lui , come se tra loro ci fosse una coltre di spesso ghiaccio a dividerli e non solo la immaginava , ma le sembrava di percepirne il gelo sulle braccia nude . Era inquietante . Lucrezia avvertì un terrore che la immobilizzò , come trovarsi improvvisamente di fronte ad un lupo famelico che ti fissa , pronto a impedirti ogni via di fuga , deciso a divorarti.
Confusa sentì uno stordimento impossibile da dominare e alzandosi di scatto vide il mondo girarle attorno .La presa forte di lui la sorresse afferrandola saldamente per il braccio che lei prontamente strattonò via da lui , allontanandosi a passi svelti da quell’incubo. No così non andava , rischiava di sentirsi troppo coinvolta , lo ammetteva solo ora a sé stessa , già le telefonate tra loro erano state per lei inebrianti ,ora sostenere anche il suo pericoloso fascino era davvero troppo. Come le era venuto in mente ? Si chiese e correndo si allontanò da quella follia . Il cellulare vibrò avvertendola del messaggio ricevuto ,“ Torna immediatamente qui!” lesse, mentre una rabbia a lei sconosciuta le straziava lo stomaco .
-Roma ! – disse sicura al bigliettaio mentre guardava l’orario dei treni.UN MESE DOPO- Questa volta la tariffa sarà raddoppiata – disse di spalle mentre si preparava un caffè , indifferente , come se lei neanche fosse li. Indossava solo i pantaloni della tuta di un grigio chiaro che morbida lasciava vedere la forma delle cosce forti . Lucrezia guardava quel corpo così diverso dallo stereotipo di moda in quegli anni da non saper come poterlo descrivere .Era grosso , ma non grasso ,potente non esile ma tornito ,morbido in quelle rotondità turgide , carezzò indisturbata con gli occhi quella schiena , quella pelle che avrebbe fatto invidia anche alla donna più curata. Osservandolo si chiese se non fosse volutamente li a mostrare quel che offriva , una sorta di creazione del desiderio da generare in un bramare che non lasciava più scampo . Lucrezia scosse il capo per togliersi quei pensieri dalla mente . Era stanca e l’unica cosa che desiderava era dormire. Guardò l’orologio , segnava le 23,34 e sbuffando si chiese quanto dovesse durare quella messa in scena da parte di lui.
-Non ho problemi di soldi – rispose cercando di apparire sicura di sé , ed era vero , gli unici problemi che non aveva erano quelli economici .
Gli occhi di lui finalmente la guardarono , voltandosi , ma le sembrò, senza vederla ……………
*Tratto da  Come un’isola di Monika M.
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